| Puccini oltre la scena,
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RICHARD WAGNER, Lohengrin, Vorspiel
GIACOMO PUCCINI, Le villi, Intermezzo
GIACOMO PUCCINI, Suor Angelica, Intermezzo
RICHARD WAGNER, Tristan und Isolde, Vorspiel und
Liebestod
GIACOMO PUCCINI, Manon Lescaut, Intermezzo
RICHARD STRAUSS, Tod und Verklärung
Orchestra della Deutsche Oper di Berlino, direttore
Christian Thielemann
Lucca, Chiesa di San Francesco, 14 ottobre 1999, ore 21.
Il programma di stasera ruota compatto
intorno alla figura del Puccini europeo sottratto
alle strettoie di quellItalia che stava divenendo
musicalmente, sul finire del secolo, uno strapaese
, messa a fuoco grazie a una panoramica di ampio
respiro su un genere particolare allinterno
della composizione teatrale ottocentesca, legato alla
scena e al tempo stesso in grado di esprimere anche
valori autonomi: la musica orchestrale che si ode nel
preludio oppure che funge da intermezzo, collegando due
parti (scene o atti) di un lavoro teatrale per musica.
La critica italiana fece genericamente risalire a Wagner
labitudine di inserire brani in stile sinfonico-descrittivo
nelle opere, ed è lennesima dimostrazione della
sua cronica inadeguatezza nellafferrare le
evoluzioni estetiche in atto. Anche se scorci orchestrali
con funzione di raccordo fra due momenti drammatici sono
contenuti un po dappertutto nel teatro wagneriano (come
il funerale di Sigfrido nella Götterdämmerung,
ad esempio) tale pratica deve piuttosto essere messa in
relazione con laccorciamento dei tempi drammatici
che caratterizza la produzione operistica a partire dagli
anni Ottanta del secolo scorso. Di qui in poi sinfonie,
preludi, Vorspiele, intermezzi e quantaltro
perdono la loro funzione di mere componenti della
struttura formale, per adeguarsi alle istanze di sempre
crescente drammaticità dei lavori fin de siècle.
Inoltre, poiché rallentano il decorso del tempo, questi
scorci aumentano la tensione, ottenendo anche leffetto
di rafforzare latmosfera dellopera che,
privata dai condizionamenti della parola, esce dallo
sfondo per affiancarsi alle altre componenti della
narrazione
Ed è proprio a
Puccini che dobbiamo lorigine di questa nuova
funzione degli intermezzi, oltre che al nume tutelare di
molte buone cause artistiche: la Necessità. In questo
caso essa vestì i panni delleditore Sonzogno che,
nellaprile del 1884, aveva bandito un concorso per
unopera in un atto. Era la grande occasione attesa
dal giovane lucchese col teatro nelle vene, ma cera
poco tempo per consegnare (meno di otto mesi) e bisognava
accontentarsi di quel che passava il mercato. Inoltre la
struttura drammatica a campata unica era pressoché
inedita allora, e bisognava trovare qualcuno disposto ad
affrontarla. Luomo in questione fu lo scrittore
Ferdinando Fontana, il soggetto una saga nordica narrata
dallo scrittore Alphonse Karr che venne chiamata Le
villi. Le idee erano improntate allavanguardia
di allora, la Scapigliatura, che si proponeva di mettere
in atto un rapporto di stampo differente tra letteratura
dramma e musica, sulla scorta del Mefistofele del
caposcuola Arrigo Boito (1868; nuova versione 1875).
Quando si leggono parole come quelle del critico del «Corriere
della sera» che, nel recensire la ripresa scaligera
delle Villi scrisse «Il libretto sta per
cambiarsi in poema, come il melodramma sta per cambiarsi
in una grande sinfonia rappresentata sulla scena»,
vengono in mente proprio gli auspici del giovanissimo
Boito affinché nascesse una nuova figura di librettista-poeta
(«quando i nostri artisti saranno più ispirati, più
culti, più altamente liberi», Mendelssohn in Italia,
1864). E Boito viene nuovamente chiamato in causa, ma
stavolta da Puccini, che aveva allinizio intitolato
Nebulosa la prima parte dellintermezzo delle
Villi (ora lAbbandono). Il
riferimento va al Prologo del Mefistofele, che si
chiama così per una peculiare situazione scenografica:
un velame sottile copre il palcoscenico, con lunica
eccezione di uno squarcio da cui fuoriesce leroe
eponimo. Qui lespediente serve a coprire il
Paradiso, per cui ogni rappresentazione sembra inadeguata
(e inoltre a rischio di censura), mentre nelle Villi
sfuma alla vista il coro interno, che rappresenta il
corteo funebre per la protagonista Anna, lasciando lorchestra
in primo piano.
In realtà lintermezzo
delle Villi è ben più che un «fantasma del
palcoscenico». Diviso in due parti, lAbbandono
e la Tregenda, ha un carattere descrittivo e un
preciso rapporto con lazione, visto che colma unellissi
narrativa necessaria per non uscire dai tempi drammatici:
il viaggio del tenore, fidanzato di Anna, a Magonza, la
seduzione, la vana attesa di Anna stessa e la sua morte
nella prima parte, nella seconda la danza delle Villi che,
alla fine, faranno giustizia del traditore. Questo
percorso viene indicato da alcuni versi del libretto
apposti anche in partitura in calce alla musica (qui
riportati nellappendice n. 1), destinati alla
lettura e non alla declamazione.
In merito alla riuscita del brano abbiamo due opinioni
differenti. La prima è dovuta a Giuseppe Verdi che, in
una lettera al conte Arrivabene nel 1884, aveva criticato
lintermezzo delle Villi sentenziando: «Lopera
è lopera: la sinfonia è la sinfonia». Tale
parere, dovuto alla lettura dello spartito, era più che
altro polemicamente rivolto contro le tendenze moderniste,
e pecca di genericità. Invece il critico dellavanguardia,
Filippo Filippi, scrisse da Torino sulla versione in due
atti, cioè lattuale:
Le Villi, come furono date la
prima volta al Dal Verme, erano in un atto solo, e più
dunopera, come da taluni sintende,
avevano le forme, le proporzioni, i caratteri di una
specie di cantata sinfonica, adatta alla
rappresentazione e collelemento fantastico
dominante. La riduzione, o a meglio dire lampliamento
attuale, non cangia di molto quel carattere speciale,
in cui abbonda il sinfonismo e che dà alle Villi
un aspetto nuovo, per me aggradevole, allinfuori
del solito melodramma lirico convenzionale. [...] Nel
secondo atto divennero parte integrante e scenica del
lavoro quei brani istrumentali intitolati Labbandono
e la Tregenda, che al Dal Verme non facevano
che lufficio di Intermezzi sinfonici. («La
Perseveranza», 26 Gennaio 1885).
Lappunto sulla acquisita
funzionalità drammatica degli intermezzi è importante.
Solo nelle versioni successive alla prima Puccini riuscì
a creare una sorta damalgama e a determinare quellunità
sinfonica rilevata da Filippi. E lo fece proprio dando la
preminenza ai tre numeri affidati allorchestra. La
nuova «Gran scena e duetto finale» è largamente basata
sulla musica dellAbbandono (Andante lento
ed espressivo, 53), in cui viene interpolata la
reminiscenza del duetto «Tu dellinfanzia mia», e
su quella della Tregenda, che accompagna lincedere
delle Villi e la spossante danza conclusiva. In tal modo
il lintermezzo funge da centro dirradiazione
della drammaturgia.
Nel 1895 Puccini si lamentò perché «Le Villi
hanno iniziato il tipo che oggi si chiama "mascagnano"
e nessuno mi ha reso giustizia». Intendeva probabilmente
riferirsi sia al recente Guglielmo Ratcliff, opera
di spiriti e magia, sia a Cavalleria rusticana che,
come il suo primo lavoro, si basa su unazione
integrata da un intermezzo orchestrale, sulluso di
raddoppi melodici e della perorazione di un tema alla
fine dellopera, oltreché su unabile
manipolazione della tradizionale struttura a numeri. Egli
si rese conto, cioè, di aver dato inizio a una vera e
propria voga, e ora che questo primato gli viene reso
rimane la constatazione del suo talento precorritore,
oltre allenorme diffusione che il genere intermezzo,
nella sua versione, conobbe a partire dalle Villi
(se ne veda una lista nellappendice 2).
Se ora facciamo un
gran balzo al 1918, dunque a Novecento inoltrato, e
andiamo sino a Suor Angelica, secondo pannello del
Trittico, potremmo verificare come i presupposti
creati nelle Villi non risultino mutati. Qui lintermezzo
accompagna la pantomima di Angelica che, dopo la
rivelazione della morte del bimbo e il visionario
compianto espresso nellassolo «Senza mamma»,
prepara la pozione del veleno per suicidarsi. La musica
fluisce con tocchi semplici ma efficacissimi: mentre gli
altri archi arpeggiano laccordo di Fa maggiore la
melodia viene esposta dai violoncelli, lunica voce
maschile allinterno di unopera in
cui tutte le interpreti sono donne, per essere ripresa
allacuto dai violini primi doppiati su tre ottave
da viole e celli (mentre il ricamo passa ai violini
secondi divisi, cui saggiunge il timbro liquescente
dei clarinetti combinati coi flauti). Ed è questo già
un interno percorso drammatico, che scivola verso il La
minore con grande effetto, una sorta di rottura dolorosa
che fa riandare la mente di Angelica al ricordo del bimbo,
che prima aveva espresso col canto. Lorchestra dà
vita qui al flusso dei pensieri della protagonista mentre
sincammina verso la morte, grazie a un reticolo di
richiami il quale, oltre a mettere in relazione
reminiscenze melodiche o motivi conduttori, giustappone
intere sezioni della partitura, già udite o che si
riascolteranno in seguito.
Oggi udiamo il
risultato di aggiustamenti, intercorsi tra la prima dellopera
al Metropolitan nel dicembre 1918 e il debutto europeo a
Roma nel gennaio successivo, che Puccini decise per dare
una forma più soddisfacente allintero finale. In
un primo tempo aveva strutturato diversamente laria
«Senza mamma»: la prima sezione corrispondeva allattuale,
mentre la seconda era diversa sia nel testo sia nella
musica, e notevolmente più breve. Egli sostituì la
seconda parte dellaria con la prima sezione dellintermezzo,
e non ebbe alcun timore dinserire un anticipo così
rilevante, per giunta connotato dai versi, di una musica
che già sarebbe stata riproposta con particolare
eloquenza a distanza di poche battute. Probabilmente
ritenne utile ai fini drammatici rafforzare al massimo
grado la connessione tra le parti e i nessi melodici e
armonici su cui è costruita lintera partitura. Lesposizione
ciclica di questo episodio, con decisive varianti nel
timbro rispetto allaria, aumenta la temperatura
emotiva e suggerisce un clima di statica ossessione,
quasi lanimo di Angelica ne fosse a mano a mano
invaso. Il risultato è estremamente persuasivo, poiché
in questo modo la musica dellintermezzo si carica
di una tensione drammatica che prima non era così alta.
In seguito riudremo unulteriore ripresa della prima
sezione dellintermezzo nellepisodio
conclusivo del miracolo, ancora con decisive varianti nel
timbro: ad essa si sovrappongono le litanie scandite allinizio
dellopera, che chiudono con logica coerente il
cerchio drammatico.
Cerchio drammatico
determinato da una logica ferrea di riprese che ci
consente di afferrare un altro dei fili che sintrecciano
nel concerto di stasera: il rapporto che Puccini
intrattenne con larte di Richard Wagner. Arte di
cui lesecuzione del preludio del Lohengrin
ci offre un primo saggio di nuovi equilibri, sempre
ricercati dal compositore tedesco, tra idea drammaturgica
e costruzione formale. Domina la trama del Lohengrin
lidea, tra le più tipiche del teatro musicale
romantico (la prima assoluta dellopera ebbe luogo a
Weimar nel 1850), di chiudere la vicenda con unagnizione,
che sarà levento atteso per tutta lopera: la
rivelazione delle vere origini, sin qui celate, del
cavaliere senza macchia e paura venuto dal Monsalvato per
difendere lonore della principessa Elsa di Brabante.
Per realizzarla Wagner attribuì un ruolo polivalente
alla musica associata nel corso di tutta lopera allanonimo
cavaliere, e al Gral di cui è custode. La si ode nel
preludio, un piccolo prodigio timbrico a fini drammatici
che viene così a costituire il nucleo germinale dellintero
lavoro e non, come nelle sinfonie italiane dallora,
il suo riassunto. La triade di La maggiore affidata ai
suoni armonici dei quattro violini soli si sovrappone
allo stesso accordo degli altri violini (col delicato
sostegno di flauto e oboi) divisi in quattro gruppi, con
una dinamica impalpabile che va dal pianissimo al piano
nellimpiego del registro acuto fino al
sopracuto è ravvisabile la pittura sonora dellincorporeo.
Segue poi la sequenza tematica vera e propria, ben
contraddistinta da un trattamento a corale. Essa verrà
ripresa sia come reminiscenza, sia variata come un Leitmotiv
vero e proprio, tecnica che Wagner avrebbe poi
perfezionato ed esaltato nella Tetralogia. Dalla
sua struttura intervallare dipendono anche altri temi e
melodie, determinando ulteriori relazioni narrative, ma
soprattutto la sua ripresa nello stesso tono di La
maggiore, vera e propria polarità drammatica per tutta lopera,
accompagna «Im fernem Land» (che in italiano viene
solitamente reso come «Da voi lontan
»), il
grande assolo conclusivo del protagonista.
Pochi brani toccano
vertici così elevati con tanta economia di materiale (la
linea vocale ha qui sostanzialmente un carattere
recitativo), grazie alla forza della memoria e allaffezione
emotiva prodotta dal riascolto del preludio, ora
finalmente connotato dallaffermazione della
superiore nobiltà del protagonista e dei suoi scopi. Più
che il racconto del tenore conta la rasserenante
rappresentazione del suo ambiente, che torna a
riappropriarsi di lui come ne fosse una emanazione, e
perciò ci riporta al mondo senza tempo e luogo dellinizio
orchestrale. «Il preludio del Lohengrin ha dato
il primo esempio, un po troppo capzioso, un po
troppo ben costruito, di come si può ipnotizzare anche
con la musica», scrisse Nietzsche ne Il caso Wagner,
ma è ancor più importante, ai fini ermeneutici,
cogliere in questa sentenza il primo estremo di un enorme
arco formale, che il Preludio e lassolo conclusivo
tendono nella drammaturgia dellopera,
determinandone il fascino.
Ecco un primo esempio di come Puccini abbia tratto
partito da unorganizzazione della struttura
operistica che non era praticata in Italia nel tempo del
suo esordio, nonostante le sue tracce si potessero
rinvenire nel grand opéra: lorganizzazione
per grandi blocchi drammatici il cui materiale musicale
viene fatto circolare allinterno della partitura,
creando così una compattezza inusuale dellintera
composizione. Ma non è lunico debito che egli
intrattiene col Lohengrin che fu, giova ricordarlo,
la prima opera di Wagner ad essere eseguita in Italia (a
Bologna, nel 1871). Lo potrà cogliere più facilmente lo
spettatore reduce dal concerto dei filarmonici scaligeri,
che hanno inaugurato Puccini oltre la scena
eseguendo, tra gli altri brani, il Preludio sinfonico
(1882) in La maggiore. Il raffronto tende un arco ideale
col concerto di stasera, poiché le incorporee sonorità
iniziali ideate da Wagner per il preludio del Lohengrin
sono state felicemente prese a modello dal Puccini ancora
studente di composizione a Milano, ma già ansioso di
sbarazzarsi da ogni strettoia provinciale per
intraprendere quel cammino di musicista europeo che lo
avrebbe condotto sino a Turandot.
Wagner non fu
soltanto maestro di nuove forme per Puccini, ma gli dette
limpulso per percorrere sin dallinizio nuove
strade nella tavolozza armonica, e altri procedimenti
drammatico-musicali, come limpiego del Leitmotiv
(motivo conduttore). In particolare Tristano fu lideale
della prima maturità (si veda in proposito la
testimonianza tarda di Marotti riportata nellappendice
n. 3), e lascolto del Preludio e morte dIsotta
(Vorspiel und Isoldes Liebestod) rende avvertibile
di quale natura sia il debito dellautore di Manon
Lescaut. Si veda linizio del preludio
wagneriano, col famoso accordo di settima sospeso tra
diverse tonalità:

e una tra le numerose ricorrenze dello
stesso, a volte anche in forme di evidente citazione,
nella partitura settecentesca di Puccini, nel
momento che precede immediatamente la pastorale intonata
da Manon:

Wagner monta il gioco di continue
esitazioni armoniche per tutto il Preludio. Giunta allHöhepunkt
londata delle progressioni si rifrange sulla
dinamica che cala e il timbro che scolora e incupisce,
per concentrarsi nel motto disteso nella linea melodica
da violoncelli e contrabbassi sulle note dellaccordo:

È linizio di una tragedia
damore che culmina, molto tempo dopo, nella morte
della protagonista femminile, il cui canto di morte e
damore (Liebestod), viene aggiunto al
Preludio in concerto, per tradizione, offrendo un ideale raccourci
del capolavoro wagneriano. Lo scorcio chiude un percorso
drammatico e, al tempo stesso, può entrare nellorbita
del poema sinfonico (ma solo nellesecuzione senza
il soprano ad intonare la melodia, come accadrà stasera).
Questo vortice montante, musicalmente costruito su
armonie instabili, tonalità alluse ed eluse, attrasse
come poche altre musiche Puccini, che lo tenne ben
presente nel personale cimento con la tensione amorosa
che pervade come un brivido la Histoire du Chevalier
des Grieux et de Manon Lescaut, fatta
lievitare sino al vertice della passione consumata nel II atto.
Lintermezzo di Manon Lescaut ci introduce
allatmosfera desolata del terzo atto. La didascalia
in calce alla partitura funge da programma, citando le
parole con cui Des Grieux, nel romanzo di Prévost
ricorda liter della peripezia seguito allarresto
(vedi appendice n. 4), e la musica prontamente traduce in
suoni il suo disperato desiderio di ricongiungersi a lei.
Nella sezione iniziale dellintermezzo saffaccia
la melodia di Manon (il tema con cui pronuncia il suo
nome nel primatto: «Manon Lescaut mi chiamo»),
proposta in una variante cromatica e straziante, dove il
movimento delle parti, la concatenazione di settime e luso
degli strumenti fuori registro denunciano senza reticenze
il debito stilistico verso Wagner:

Le divagazioni armoniche e limpianto
cromatico esprimono la sua sofferenza, ma improvvisamente
la tensione si scioglie nel tema principale, che fa quasi
leffetto di uno sfogo di pianto disperato (e come
tale verrà richiamato nellatto successivo):

La narrazione prosegue nella
sezione seguente basata su una reminiscenza del
duetto nellatto secondo («Io voglio il tuo perdono»),
dove i lucenti raddoppi degli archi contrastano con lo
scuro impasto timbrico precedente e sfocia infine
nel motivo della speranza (per gli
appassionati: corrisponde alle parole di Des Grieux nel
duetto del II atto «Nellocchio tuo profondo / io
leggo il mio destin») ed è come se si congiungessero i
destini dei due giovani. Ma è un presagio di sciagura e
morte, al pari dellillusorio Si maggiore che rende
ancor più penose le battute conclusive.
Chiude il programma Tod und Verklärung (Morte
e trasfigurazione, 1889), forse il capolavoro di
Richard Strauss nel genere del poema sinfonico, che,
oltre a contenere una peculiare dimensione drammatica
che rimanda al genere teatrale, è anche una delle
musiche orchestrali del tempo più amate da Puccini. Il
nome di Strauss, affacciatosi prepotentemente sulle
ribalte mondiali il 9 dicembre 1905 a Dresda, con Salome,
compare spesso nei carteggi pucciniani, e le numerose
punzecchiature del compositore lucchese sono
comprensibili, visto che la loro rivalità sui
palcoscenici dEuropa fu di gran lunga la
manifestazione di maggior vitalità del teatro delluno
e dellaltro. A causa del divieto di mettere in
scena lavori di argomento biblico, Mahler non poté
ottenere Salome per il Teatro Imperiale di Vienna
e la prima austriaca, concertata e diretta dallautore,
venne data a Graz il 16 maggio 1906. Fra il pubblico cerano
numerosi compositori già noti come Zemlinsky e future
celebrità come Schönberg e il suo giovane allievo Berg.
Strauss scrisse con soddisfazione alla moglie Pauline che
Cerano anche Mahler e signora
che erano arrivati e che ti salutano cordialmente,
anche il compositore italiano Puccini era venuto
apposta da Pest, cerano inoltre parecchi
giovani venuti da Vienna, il cui solo bagaglio a mano
era lo spartito.
Il mondo musicale tedesco aveva
finalmente prodotto quelloperista in grado di
primeggiare nei favori del pubblico internazionale, ed
era naturale che Puccini avvertisse la rivalità, anche
se il suo primato non fu insidiato. Ragion per cui lostilità
che trapela in queste poche righe indirizzate a Giulio
Ricordi da Napoli nel 1908 somiglia a quellantipatia
che Mahler ebbe più volte a dimostrargli:
Ieri capitai colla première
di Salomé diretta da Strauss e cantata (?)
dalla Bellincioni la quale danza a meraviglia. Fu un
successo ... Ma quanti ne saranno convinti? Lesecuzione
orchestrale fu una specie dinsalata russa mal
condita. Ma cera lautore - e tutti,
dicono, fu perfetto [...] Strauss, alle prove, nellincitare
lorchestra ad unesecuzione rude e
violenta disse «Miei signori, qui non si tratta di
musica! Questo deve essere un giardino zoologico.
Forte e soffiate negli strumenti!». Storico!
Fortunatamente Puccini non si limitò allastio,
e finché visse seguì sempre con attenzione Strauss,
fino a Die Frau ohne schatten (La donna senzombra),
udita a Monaco negli anni Venti. Ad onta dellobiettiva
differenza nel linguaggio armonico e orchestrale, Strauss
e Puccini ebbero in comune lattenzione quasi
esclusiva per le protagoniste femminili e lo scaltrito
impiego del Leitmotiv, ma soprattutto il senso del
dramma e listinto per il coup de théâtre (anche
se applicato a soggetti di natura affatto diversa). E in
fondo, insieme a Janácek e Berg, Puccini e Strauss
furono tra gli ultimi autori a possedere un autentico
istinto per la narrazione in musica, tradotto in una
serie di opere che rappresentarono lestremo atto di
fiducia nel genere tradizionale, condotto sino allesaurimento
delle proprie risorse.
Guido Marotti, nella parte conclusiva del suo Puccini
intimo («Gusti e tendenze»), ci fornisce una
testimonianza della passione del compositore lucchese per
la produzione sinfonica di Richard Strauss:
Riccardo Strauss lo interessava meno
[di Debussy - ndr]: poco nel campo teatrale più
in quello sinfonico. Till Eulenspiegel e Don
Giovanni gli piacevano sotto aspetti differenti e
considerava Morte e trasfigurazione il poema
più ispirato del compositore tedesco, quello in cui
era riuscito a far dire allorchestra una parola
superba.
Morte e trasfigurazione, come
tutti i poemi sinfonici, è basata su una Dichtung
(poema) che, di solito, fornisce la descrizione di ciò
che accade nel brano strumentale. La musica di un poema
sinfonico standard del tempo doveva quindi avere, per
statuto, un forte potere descrittivo, ed è in questo
assimilabile a un evento teatrale basato su una scena
interiore. La vicenda viene narrata in una
poesia che il musicista Alexander Ritter aveva tratto da
una lettera di Strauss allamico Hausegger, in
questo simile a un qualunque librettista del melodramma
al servizio di un compositore dalla forte personalità (e
si pensi al caso di Ghislanzoni, versificatore dellidea
drammatica di Verdi in Aida). La si può
facilmente riassumere: un malato combatte una battaglia
in più riprese contro la morte. Il suo pensiero va allinfanzia,
alla giovinezza, agli amori, prima di soccombere e
conoscere la vita trasfigurata dello spirito. Siamo in
pieno tardo romanticismo, dunque, e nel cuore di una
visione borghese della vita dartista, qui incarnato
dal protagonista, che anela allideale e lo
raggiunge soltanto nella trasfigurazione. Il programma
corrisponde alla seguente struttura musicale:
1. Largo in Mib maggiore-Do minore (con
funzione dintroduzione)
2. Allegro molto agitato in Do minore (con
funzione desposizione)
3. Meno mosso, ma sempre alla breve in Sol
maggiore Etwas Breiter (meno veloce)
Tempo dellIntroduzione (Largo)
Allegro molto agitato (con funzione di
sviluppo)
4. Moderato in Do maggiore (con funzione di
ripresa, variata, e coda)
Limpianto è quello di una forma-sonata liberamente
trattata, basato su tre temi. Nellintroduzione
appaiono diverse figure che verranno poi ciclicamente
riprese nella varie sezioni, e una melodia languida
esposta dalloboe, dallo slancio sentimentale quasi
pucciniano:

che viene subito dopo
affermata in Do maggiore e sviluppata da un violino solo
con sordina. LAllegro molto agitato,
condotto con virtuosismo armonico ed orchestrale estremo,
oppone immani blocchi di sonorità per registri timbrici,
mentre tutta la gamma è percorsa da figura scattanti,
prevalentemente affidate agli ottoni, e scorre
velocissimo sino al nuovo cambiamento, dagogica e
tonalità.
Dal Meno mosso, ma sempre alla breve, che inizia
con la ripresa in Sol maggiore della melodia apparsa nel
Largo (es. 6), Strauss inizia uno sviluppo magistrale
degli elementi apparsi nellIntroduzione e nel
successivo Allegro, con unespansione
affettiva di grande slancio cantabile in Si maggiore (Appassionato),
dove il tema precedente viene contrappuntato agli altri
motivi ricorrenti. Leffetto è quello di udire dei
frammenti di un passato che saffacciano nel
pensiero dellIo, che si dipanano raggiungendo il
massimo livello di tensione verso il registro acuto fino
allanticipo di un nuovo tema (Tempo I, Sehr
Breit, cfr. es. 7), che viene poi momentaneamente
assorbito in un'ulteriore ripresa del tutto inaspettata
del Largo seguito dallAllegro agitato.
Finalmente giunge, a chiudere questo universo
musicalmente compattissimo, il Moderato conclusivo,
aperto da una sezione di ben 34 battute che lo separa
nettamente da quanto precede: il tam-tam scandisce, con
tocchi spettrali, i tempi forti, rullano i timpani, archi
gravi trombone basso corni e fagotti stendono un tappeto
sonoro fosco su cui si stagliano lacerti della melodia
lirica iniziale, fino a che tutto si rasserena, e
ricompare lultimo tema, armonicamente compatto, che
porta a una conciliata conclusione in Do maggiore, nel
segno di una conquistata serenità:

Al di là di una descrizione più o meno
particolareggiata degli eventi musicali, è più
importante cogliere i nessi narrativi: il Largo
iniziale è già un clima di morte, anche se nel suo
aspetto più sereno, lAllegro ricorrente
rappresenta la battaglia che il protagonista conduce
e la situazione scatena linventiva di
Strauss, che la interpreta come un conflitto feroce di
vaste proporzioni. Nella sezione n. 3 in Sol maggiore (corrispondente
allo sviluppo) si snodano i ricordi del protagonista, che
vagheggia le età passate col loro carico di sentimenti,
sino alla straordinaria idea dei colpi di tam-tam che
annunciano la morte, immersi in un drammatico
disfacimento armonico. Da lì inizia, nel Moderato,
la trasfigurazione, incarnata in un tema che si snoda in
uninfinita varietà di modulazioni, e che trova nel
Do maggiore conclusivo (tonalità affermativa per
antonomasia nel romanticismo), la pace definitiva nella
fine di ogni sofferenza.
La predilezione di Puccini per questa grande composizione
di Strauss è ben comprensibile: Morte e
trasfigurazione è percorsa da fremiti drammatici del
tutto evidenti allorecchio, e agitata fra due poli
che alla fine si sciolgono, con grande effetto, in unico
afflato.
Il programma proposto da Thielemann che (come quello di
Muti) deriva da indicazioni del Centro studi GIACOMO PUCCINI, sarà dunque unoccasione
preziosa per illuminare la reale portata dei contatti fra
il musicista lucchese e il teatro musicale europeo, sia
per il livello delle sue scelte estetiche sia per la
funzionalità dei modelli adottati.
Michele
Girardi (© CSGP 1999)
Appendice 1
Le
villi, programma dellintermezzo
|
n. 6, I tempo: Labbandono
Di quei giorni a Magonza una sirena
I vecchi e i giovinetti affascinava.
Ella trasse Roberto allorgia oscena
E laffetto per Anna ei vobliava.
Intanto, afflitta da ineffabil pena,
La fanciulla tradita lo aspettava.
Ma invan lo attese
Ed al cader del verno
Ella chiudeva gli occhi al sonno eterno. |
n. 7, II tempo: La tregenda
Vè nella selva nera una leggenda
Che delle Villi la leggenda è detta
E ai spergiuri damor suona tremenda.
Se muor damore qualche giovinetta
Nella selva ogni notte la tregenda
Viene a danzar e il traditor vi aspetta;
Poi, se lincontra, con lui danza e ride
E, colla foga del danzar, luccide.
Or per Roberto venne un triste giorno.
Dalla sirena in cenci abbandonato
Egli alla Selva pensò di far ritorno,
E questa notte, appunto, ei vè tornato.-
Già nel bosco savanza; intorno, intorno
Riddan Le Villi nellaer gelato
Ei, tremando di freddo e di paura,
È già nel mezzo della Selva oscura |
Appendice
2
Principali
opere che contengono intermezzi o preludi (1884-1925)
Giacomo Puccini, Le villi (1884)
Pietro Mascagni, Cavalleria (1890)
Pietro Mascagni Amico Fritz (1891)
Ruggero Leoncavallo, Pagliacci (1892)
Giacomo Puccini, Manon Lescaut (1893)
Jules Massenet, Thaïs (1894)
Jules Massenet La Navarraise (1894)
Umberto Giordano, Fedora (1898)
Francesco Cilea, Adriana Lecouvreur (1902)
Leó Janácek, Jenufa (1904)
Franz Schmidt, Notre Dame (1904)
Ermanno Wolf-Ferrari, I gioielli della Madonna (1911)
Manuel de Falla, La vida breve (1911)
Richard Strauss, Ariadne auf Naxsos (1916)
Giacomo Puccini, Suor Angelica (1918)
Erich Korngold, Die tote Stadt (1920)
Alban Berg, Wozzeck (1925)
Appendice
3
Puccini
e il Tristan und Isolde
Una sera di ottobre [1924 - n.d.r.] si
sentiva meglio. Eravamo su, nella saletta della «radiola»:
- Maestro - gli dissi, - perché non scendiamo nello
studio? Io le tengo compagnia ed ella cerca di lavorare
un poco ... Vede, questa sera è propizia!...
Si lasciò convincere e discendemmo per la scaletta
interna. Lo precedevo e, giunto al pianoforte,
involontariamente, vi appoggiai le mani, accennando ai
primi accordi del Tristano.
- Continui, - mi disse.
- Più non ricordo ...
E, poiché mero scostato dallo strumento, volle
provarcisi lui; ma, giunto allo stesso punto, sarrestò.
Anchegli non ricordava:
- Dammi la partitura del Tristano ...
Cominciò a leggere. Leggeva, arrangiandosi alla meglio,
ma il colore era quello, quella la linea; e il preludio
montava, svolgendosi nelle sue spire morbose, spasmodiche;
veniva fuori dalle profonde radici della vita, torturante
e avvolgente, duttile e plastico, formidabile di carne e
di spirito, travolgente, grandioso - e Puccini mappariva,
in quelloceano umano, trasumanato, divino. Quando
sui bassi si spense lultimo tocco, il maestro aveva
chiuso gli occhi ... Di scatto gettò via il volume e
disse:
- Basta di questa musica! Noi siamo dei mandolinisti, dei
dilettanti: guai a noi se ci lasciamo prendere! Questa
musica tremenda ci annienta e non ci fa concludere più
nulla!...
Afferrò i suoi fogli e, dopo un attimo di raccoglimento,
attaccò la fine del «duetto» di «Turandot» e «Calaf»
che termina luminosamente, gloriosamente nellapoteosi
dellamore.
(GUIDO MAROTTI, Giacomo Puccini intimo, Vallecchi,
Firenze, 19421, pp. 203-4)
Appendice
4
Manon
Lescaut, programma dellintermezzo
(DES GRIEUX: «
Gli è chio lamo!
La mia passione è così forte che io mi sento la
più sfortunata creatura che vive. Quello che non
ho io tentato a Parigi per ottenere la sua libertà?!
Ho implorato i potenti!
Ho picchiato e
supplicato a tutte le porte!
Persino alla violenza
ho ricorso!
Tutto fu inutile. Una sol via mi
rimaneva; seguirla! Ed io la seguo! Dovunque ella vada!
Fosse pure in capo al mondo!
»)
(Storia di Manon
Lescaut e del cavaliere Des Grieux dellAbate Prévost)
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