Sergio Sablich è spirato ieri a
Firenze. Lo avevo incontrato di persona a un convegno
pucciniano nel 1984 dove eravamo entrambi relatori, ma
già lo conoscevo di fama per il libro su Busoni del
1981. Ho provato a rassegnarmi alla sua fine a mano a
mano che passavano i giorni, da quel fatale primo
febbraio 2005 in cui era caduto in coma, ma invano: il
dolore per la sua morte è ora più forte che mai, e
butto giù queste poche righe per lenirlo come posso.
Non aveva un carattere facile, Sergio, anzi: sembrava
nato per cacciarsi nei guai. Dopo uno scacco iniziale,
non volle più percorrere la carriera universitaria e
batté altre vie, dallOpera di Roma, di cui fu
sovrintendente quasi fulmineo, fino alle recenti
avventure scaligere, che non devono essere state un buon
viatico per il suo spirito inquieto.
Sembrava costretto a bruciare, suo malgrado, ciò che
andava costruendo nel frattempo, in una palingenesi
continua di situazioni sentimenti e quantaltro. Mi
sono sorpreso a pensare, talora, che questo modo di fare
lo preservasse dagli insulti della maturità, e
contribuisse a mantenergli quellaspetto da eterno
ragazzo con cui lo ricorderò sempre.
Ma non voglio scrivere dello studioso, tanto lo farà chi
per mestiere è costretto a imbalsamare lo spirito, e men
che meno dellorganizzatore musicale: quello che ha
fatto, ed è davvero tanto, rimarrà, anche se questo
brutto mondo doggi tende a dimenticare alla svelta
gli uomini di musica, specie di quella che piaceva a lui
e continua a piacere a noi che non vogliamo rassegnarsi a
una marea dilagante di ignoranza e cattiva fede. Voglio
solo salutarlo per lultima volta, e ricordarlo a
chi gli ha voluto bene.
Addio,
Sergio ...
Michele
(9 marzo 2005)
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