| «Gazzetta
musicale di Milano», XL/5,
1 febbraio 1885, pp. 44-6. |
«Le Villi. Opera-ballo in due
atti di Ferdinando Fontana. Musica di Giacomo Puccini,
rappresentata al Teatro alla Scala la sera di sabato 24
Gennaio 1885».
Fedeli alle nostre abitudini, riportiamo
più innanzi alcuni giudizî della stampa cittadina
intorno allopera Le Villi di Giacomo Puccini.
Questopera del giovane maestro lucchese, riportando
nel vasto ambiente della nostra Scala un successo
completo, clamoroso, uguale a quello avuto la scorsa
primavera al Dal Verme, ci ha fatto persuasi che non
andavamo errati nel giudicarla assolutamente un lavoro
fuor del comune. Una piccola opera, con tre soli
personaggi, epperò con un relativo limitato numero di
pezzi, e che tuttavia interessa da cima a fondo il
difficile e schizzinoso pubblico della Scala, deve dunque
aver in sé grandissimi elementi di vitalità; e questi,
infatti, li riscontriamo nella bella, giusta misura dei
singoli pezzi, nella elevatezza, che chiameremo sempre
simpatica e non pesante, dei concetti, nel ben nutrito
istrumentale e nella varietà dei ritmi. Tutte bellissime
cose coteste e che per certo altri giovani maestri
posseggono al paro del Puccini, ma il Puccini, a parer
nostro, ha qualche cosa di più, e questo qualche cosa è
forse la più preziosa delle doti, quella alla ricerca
della quale saffannano e sarrabbattono tanti
genî incompresi, la cui impotenza si maschera sotto lo
specioso nome dellavvenire!... Questa
preziosa qualità, del nostro Puccini, è di avere nella
propria testa (ou dans son ventre, come dicono i
francesi) delle idee: e queste si hanno o non si hanno,
come direbbe giustamente il buon Colombi, né si
acquistano studiando e ristudiando punti, contrappunti,
armonie, disarmonie, e sudando lungamente su quei
geroglifici pieni di scienza e di veleno che sono le
partiture Wagneriane. Si possono bensì queste idee
guastare, atrofizzare, ed in questo lavorio che mette a
completa rovina la bella, semplice, casta musa italiana,
hanno parte principalissima molti critici o sedicenti
critici musicali italiani, i quali perché di musica ne
sanno come noi di chinese, nulla di meglio trovano per
fabbricarsi una usurpata rinomanza di scienza e di
intelligenza, se non di dire corna della musica italiana.
Noi davvero non comprendiamo questa mania demolitrice, la
quale ha trovato la sua più perfetta estrinsecazione in
un articolo del Corriere della sera del 24
corrente, che riportiamo acciocché i nostri lettori
vedano a qual punto può essere ingannata la buona fede
di un critico che non sappiamo se sia più o meno
musicista:
La musica descrittiva e sentimentale
ha sopraffatto la musica dellespressione. Il
wagnerismo, inteso come espressione individuale di
una nuova forma di melodramma, ha dato un nuovo
ideale agli scrittori di musica che preparano il
teatro dellavvenire. Il poeta perché
qui si tratta di un vero poeta, benché i versi del libretto
non valgano molto più di quelli dei soliti
mestieranti ha tentato in questo poema quella
fusione delle forme sinfoniche colle drammatiche, che
è vagheggiata da coloro che vanno preparando il
teatro dellavvenire. Il vecchio
convenzionalismo del melodramma italiano rovina da
tutte le parti; oramai, persino nei teatri popolari.
Dove la forma darte rinnegata dai pubblici più
intelligenti e più progressivi trova sempre un
ultimo applauso, è penetrato il bisogno di unarte
più ampia, più perfetta, più libera, più alta.
Lincremento ogni dì più largo e più rapido
dei concerti sinfonici non può non avere una
grandissima influenza sulle sorti del teatro musicale.
Mano mano che il gusto del pubblico si alzerà allammirazione
più pura dellarte musicale, la sinfonia, il
melodramma tenderà a trasformarsi, ad uscire da ogni
barocca convenzionalità per espandersi liberamente
in una forma nuova, dove le esigenze dello spettacolo
non simpongano, come fanno ora, ai diritti dellarte.
Il libretto sta per cambiarsi in poema, come
il melodramma sta per cambiarsi in una grande
sinfonia rappresentata sulla scena.
Ecco perché ci pare che il poemetto scenico del
Fontana debba essere considerato con una speciale
attenzione e giudicato con criteri diversi da quelli
adoperati fin qui per giudicare del valore di un
libretto.
A noi sarebbe assai facile il confutare
con fatti molto positivi queste strambe teorie, ma neppur
di ciò abbiamo bisogno, poiché, nello stesso Corriere
della sera del 29 corrente, un artista, un letterato,
quale il Verga, si è incaricato, a proposito di
drammatica, di fare la più concludente delle
confutazioni al bizzarro articolo che sopra abbiamo
riportato.
Ecco le belle, le sante parole dettate dal Verga:
In Italia, rendiamoci giustizia, se
non si fa gran cosa, non si tiene neppure in troppo
gran conto il poco che si fa. Uno che abbia viscere
fraterne per queste povere nostre lettere, deve tener
dietro a quello che pensano di noi fuori di casa
nostra, ed anche a quello che fanno quegli altri, per
non correre ogni momento ad abbracciare lo spagnuolo,
come faceva Rossini.
In compenso siamo facili e indulgenti ammiratori dei
forestieri, quanto siamo arcigni e severi coi nostri
di casa. Forse questo è un sentimento dospitalità
larga e signorile rimastaci dal tempo in cui lItalia
era solo il paese degli aranci e dei viaggi di nozze,
e non vuol dire però che la sia una virtù da
locandieri. La modestia non è un difetto, specie per
gli altri; anzi può confortare come indizio di un
senso più alto dellarte nostra, e come una
maggiore promessa per lavvenire. Ma, perdio!
non ci mettiamo a gridare sui tetti che siamo un
mucchio di cretini, quando gli altri, fuori, non
riescono a prenderci in parola.
Queste parole possiamo davvero applicarle
in Italia a tutto quanto si fa in arte, in scienza, in
letteratura, in politica; e poi, vedendo che alla fin
fine a qualche cosa riescono anche gli Italiani,
piuttosto che giudicarci meno asini di quello che noi
stessi ci battezziamo, rimaniamo sbalorditi dandone il
merito a quella misteriosa proteggitrice nostra, che si
chiama: Stella dItalia!...
Parrà ai nostri lettori che, a proposito delle Villi,
noi siamo esciti di carreggiata; ebbene no: tutto quanto
abbiamo detto, vogliamo sia ponderatamente letto e
studiato dal nostro bravissimo Puccini: ripetiamo che
immensa è la fiducia che riponiamo nel di lui talento, e
desideriamo poter dire fra qualche anno, non è solo
talento, ma genio. Si rammenti il Puccini che è italiano,
se lo rammenti e non si vergogni desserlo, italiano,
e lo provi lasciando correre libera da ogni pastoia la
sua ferace fantasia; ne avrà gloria, e sarà gloria
italiana!... G. Ricordi.
Il
Pungolo
(25-26 Gennaio).
Bravo! signor Puccini. Eccovi
cresimato maestro e in che modo solenne! con che
cospicuo padrino! con che imponenza di cerimonia!
Nientemeno che alla Scala dal pubblico scelto, ma
difficile delle prime rappresentazioni quel
pubblico che non concede il suo applauso se non quando si
sente vinto, soggiogato da qualche cosa che simponga
al suo pessimismo sistematico, alle sue meticolosità un
po esagerate, al suo sussiego da Corte di
Cassazione.
La storia di queste Villi (non della vecchia
leggenda nordica che fu messa parecchie volte in ballo ed
in musica, ma dellopera di Puccini) la storia di
queste Villi è curiosissima e giova
ricordarla benché il pubblico la conosca.
Il Puccini lucchese che appartiene ad una
famiglia ove, come in quella dei Bach, si fa musica di
generazione in generazione da più di 200 anni, allievo
del nostro Conservatorio, ove studiò col Ponchielli,
scrisse questopera in un atto pel Concorso Sonzogno.
Gli egregi maestri che ne erano i giudici, o non
la videro, o non la lessero certo fu tra le
respinte e non si sarebbe mai conosciuta se a
qualcuno non fosse venuto in capo di farla rappresentare
al Dal Verme ove parve a dirittura, come difatti
è, una rivelazione, ed ove il Puccini nelle
entusiastiche acclamazioni del pubblico ebbe il suo primo
battesimo di maestro.
Dopo quel successo trovò un editore coraggioso il
Ricordi che gli diede incarico di scrivere una
nuova opera e prese sotto il proprio patrocinio
queste sue Villi.
Ed ecco come questopera, completata in alcune
parti, con due pezzi nuovi, ridotta in due atti, poté
presentarsi prima la sera di Santo Stefano al Regio di
Torino, e poi iersera alla Scala.
Iersera, quindi non era più il giovane ignoto e
trascinato, che si presentava al pubblico nostro
era il maestro, ormai riconosciuto e fortunato, che
domandava il giudizio di quel pubblico che, a torto o a
ragione, passa pel primo giudice musicale del mondo.
E questo giudizio, che non aveva più le emozioni della
sorpresa e dellimprevisto, come quello del pubblico
del Dal Verme questo giudizio confermò il
precedente e constatò che questo giovanotto di 20 anni,
dallaspetto così modesto e semplice, ha non solo
una vasta dottrina musicale, non solo un raro talento di
sinfonista, ma altresì quel talento più difficile del
colorito, della invenzione infine, per dirla con
una frase sola, della teatralità senza cui si può
essere un grande musicista, ma non si sarà mai un autore
di opere per la scena.
Il Puccini maneggia lorchestra con una sicurezza, e
una giovanile baldanza, che simpone al pubblico
sino dal primo pezzo e trae da essa effetti
descrittivi, espressioni drammatiche che si rivelano
subito alluditorio senza bisogno che ci pensi molto
per indovinarne il segreto.
In alcuni punti è poeta ed ha del poeta tutti gli
ardimenti.
Quando, per esempio, Roberto ritorna, e saggira
notturno, nella foresta, piena di misteri, di sgomenti,
di voci arcane, di rumori paurosi il Puccini trova
modo di rendere tutto ciò con tanta evidenza che il
pubblico se sente compreso esso pure dai terrori che
stringono lanimo di Roberto.
Non ci dilungheremo a parlare della musica perché
ne abbiamo già scritto quando fu data al Dal Verme.
Diremo soltanto che i pezzi aggiunti ci parvero di una
rara bellezza.
La romanza di Anna nel primo atto, cantata dalla
Pantaleoni con quella espressione di cui conosce il
segreto, con quellaccento appassionato che rende
così simpatico il suo canto, è un gioiello di melodia
limpida e fresca.
Fu dopo questo pezzo che scoppiarono i primi applausi
e che il maestro Puccini fu chiamato per ben due
volte al proscenio da quel pubblico che aveva pure
resistito alle attrattive di quel waltz con cui si
apre lazione uno dei pezzi più riesciti
dellopera.
Il duetto che segue tra Anna e Roberto, delicatissimo,
anchesso assai melodico, non produsse tutto leffetto
che era lecito ripromettersene per qualche
squilibrio nella esecuzione. Ma quando la
Pantaleoni riprende la melodia, il pubblico, che ne gustò
tutta la passione, applaudì calorosamente.
Il pezzo concertato con cui si chiude il primo atto, e
che comincia con la preghiera del baritono pezzo
di grande, irresistibile effetto teatrale, non lo ottenne
ieri completo, perché fosse la emozione, fosse
momentanea indisposizione il Menotti Delfino ebbe
nellattacco del pezzo qualche incertezza dintonazione
che non gli consentì di dare alla frase
drammatica tutto il suo rilievo.
Ma quando lorchestra, con quella nervosità e
quella gagliardia che sa imprimerle la bacchetta
veramente magnetica del Faccio, attaccò lo squarcio
sinfonico, il famoso ritornello che chiude latto,
lentusiasmo fu generale e dopo daver
chiamato per tre volte il Puccini al proscenio, volle il bis
accolto con nuove acclamazioni e seguito da altre due
chiamate al maestro.
Il secondo atto riprende con un grande pezzo sinfonico,
durante il quale si vede passare attraverso un velo il
funerale di Anna, a cui succede la tregenda delle Villi.
Questo pezzo fece una vera impressione tanto nella prima
che nella seconda parte pel colore caratteristico e
drammatico della musica serenamente melanconica e
pietosa nel funerale, fantastico e vertiginosa nella
tregenda e il maestro si ebbe altre due chiamate.
Un pezzo che piacque molto iersera, ma che ci pare
destinato a un successo sempre maggiore, è la
solo del tenore e il duetto che segue con Anna già
tramutata in Villi nel qual duetto la Pantaleoni
trovò alcune delle sue più irresistibili frasi.
Anche lAnton lo cantò con grande espressione.
E in questo pezzo il maestro si ebbe altre due chiamate
e due alla fine dellopera dopo la
tregenda delle Villi, pezzo dardita fattura
e in cui la situazione drammatica e fantastica è resa
dalla musica con tanta potenza da coprire linsufficienza
coreografica della tregenda che non ha davvero
nulla di quel turbinio terribile e vorticoso che dovrebbe
avere per ispiegare come basti ad uccidere un uomo lavvolgerlo
nelle sue spire.
Lorchestra sempre meravigliosa, bene i cori,
pittoresche le scene; eleganti i costumi. D.r V.
La
Perseveranza
(26 Gennaio).
La nuova udizione alla Scala del primo
saggio teatrale del giovanissimo maestro Giacomo Puccini
mi ha, per quanto mi concerne, rinnovato la grande
impressione ricevuta al teatro Dal Verme, quando il
lavoro, reietto da una molto autorevole ma prudente
Commissione aggiudicatrice di
un Concorso, rivelò così singolari attitudini e così
maschie, originali bellezze, ad un pubblico che non vi
era per nulla preparato. Quel pubblico ebbe sensazioni
spontanee, immediate, che si tradussero in un entusiasmo
infiammato, il quale poscia, anziché scemare, è
aumentato alle replice successive, col teatro ogni sera
così riboccante, da dover rimandare la gente.
Le Villi, come furono date la prima volta al Dal
Verme, erano in un atto solo, e più dunopera,
come da taluni sintende, avevano le forme, le
proporzioni, i caratteri di una specie di cantata
sinfonica, adatta alla rappresentazione e collelemento
fantastico dominante. La riduzione, o a meglio dire lampliamento
attuale, non cangia di molto quel carattere speciale, in
cui abbonda il sinfonismo e che dà alle Villi un
aspetto nuovo, per me aggradevole, allinfuori del
solito melodramma lirico convenzionale. Gli oppositori di
professione dicono che non è unopera, e sia
pure; ma non è nemmeno unopera-ballo, come
dice il frontispizio del libretto, se per opera-ballo
gli adoratori della immobilità intendono il solito
mastodonte in cinque atti, al quale, preso da capo a
fondo, sono ben pochi gli stomachi ed i cervelli che
resistano.
Questo fatto che le Villi non sono unopera
nel vecchio significato, costituisce a mio vedere un
pregio e certo non è da disperarsi, come affettava un
mio buon amico, perché non ci sono che due atti, e perché
la musica colle sue forme snelle, colla sua efficace
rapidità colorisce così bene un simpatico caleidoscopio
nel quale la passione umana e la fantasticheria si
fondono così bene.
Se la parte istrumentale, sinfonica, ha una capitale
importanza, esigendolo la molta materia descrittiva, non
mancano però nella parte vocale le melodie affettuose e
le cantilene ispirate. Questa parte cantabile è il
disegno, ma bisogna convenire che il colore istrumentale
è preponderante coi suoi forti contrasti, colle sue
minuziose eleganze, coi suoi scoppi incandescenti.
Il Puccini fu anche fortunato che il suo amico Fontana
gli fornisse un soggetto leggendario, nel quale ha potuto
servirsi così bene dei vivi e gentili colori della sua
tavolozza istrumemtale. È un idillio, misto di fiaba,
fatto apposta per la musica e si avvicina molto a quei
soggetti fantastici tedeschi che il Weber prediligeva,
appunto perché anche lui è stato quel potente colorista,
del quale si è confessato seguace, imitatore, lo stesso
Riccarso Wagner.
Il luogo dellazione è nella Foresta Nera,
cara ai poeti ed ai musicisti immaginosi. Anna, figlia di
Guglielmo Wulf, agiato possidente rusticano, deve sposare
Roberto; costui, povero, avendo ereditato da una ricca
zia di Magonza, parte per raccogliere il ben di Dio
lasciatogli dalla vecchia parente; parte fidanzato e
dovrebbe tornare per divenire marito definitivo, ma una
sirena magonzese lo seduce, lo avvolge nelle sue spire, e
quel che è peggio lo spoglia, trattenendolo parecchi
mesi, durante i quali Anna, abbandonata, si estingue di
crepacuore. Essa, dopo morta, diviene una delle Villi,
che sono le ragazze abbandonate, le quali, facendo una
ridda continua, di notte, in mezzo alle nevi, vanno a
caccia dei loro amanti traditori, e se li colgono, i
poverini muoiono soffocati nei loro gelidi e feroci
abbracciamenti. Ed è così che Roberto, reduce da
Magonza, sfinito e più povero di prima, viene nel paese
natio a cadere nelle braccia di Anna, divenuta Villi
inesorabile.
Questazione semplicissima il Fontana lha
sceneggiata benissimo, e con una verseggiatura spontanea,
con una poesia dolce ed affettuosa, diede campo al
giovane compositore non solo di sfogare il suo estro
descrittivo, ma anche di toccare il cuore nelle scene
appassionate fra Anna e Roberto.
Subito nel preludio il Puccini si mostra
istrumentatore sicuro, pieno di risorse, specialmente
nellarmonia che è ricca di belle, spontanee,
eleganti ricercatezze. Il coro dintroduzione,
villereccio, è caratteristico, comè molto
riuscito il valzer con coro, così brioso, tipico,
proprio da Foresta Nera. Un pezzo nuovo che non esisteva
nelle Villi, prima edizione, è la Scena e
Romanza di Anna, che ebbe grande risalto anche dal
canto così caldo e bene accentuato della signora
Pantaleoni, che della parte di Anna fece una vera
creazione. Questa romanza è basata sopra un canto
schiettamente melodico, di forma nuova, e trae il suo
maggiore effetto dalla frase finale; presa in movimento
molto più lento: No, no, non ti scordar di me.
Alla ripresa del pezzo, listrumentale è diverso,
più ricco, e ci sono dei tremoli negli archi che
idealizzano la frase culminante, prima del: No, no,
non ti scordar di me.
Mi fece molta pena che alla prima rappresentazione della
Scala, non sia stato applaudito vivamente, come al Dal
Verme, e magari bissato, quel duetto fra Anna e
Roberto, che non solo contiene vera ispirazione e
passione sentita, ma ci sono le idee nuove, nelle quali,
se non minganno, si trova il germe di una
originalità che andrà poi sviluppandosi, come avviene
sempre nei maestri, quando sanno davvero e quando
vogliono. La melodia, alla quale alludo, è cantata prima
dal tenore sulle parole: Tu dellinfanzia mia,
e certo con quella sconnessione di accento, la prima
impressione fu abbuiata dallinfelice esecuzione. La
melodia però è ripetuta dal soprano, e la signora
Pantaleoni lha cantata divinamente; il pubblico era
tutto intento ad udirla, ma poi non lha rimeritata
con un applauso che sarebbe stato giustamente diviso fra
lei ed il maestro. Lesecuzione incerta ha nociuto
pure alleffetto della Preghiera con coro, chè
uno dei pezzi, non solo musicalmente bellissimo, ma di
vero effetto teatrale.
Era indisposto il bravo Delfino Menotti, od era il panico
che gli aveva paralizzata la gola? Vattelapesca! Certo è
che il povero giovane, quando fu al punto dintonare
la preghiera: Dio che i vanni, non lha
proprio intonata, ed è un vero miracolo se con lingresso
delle altre voci non sono avvenuti degli sconci più seri.
Meno male che in coda a questo concertato
bellissimo cè quello scoppio istrumentale così
ispirato che anche alla Scala, come al Dal Verme, mise il
pubblico in visibilio; finito il brano cè stato un
vero scoppio dentusiasmo, ed il bis
clamoroso ebbe luogo, con grandi applausi agli artisti, e
poi applausi speciali, specialissimi, per il bravo
Puccini. In queste sedici battute di orchestra cè
una ispirazione veramente straordinaria, un immenso
effetto di sonorità, e, sintende, senza offesa del
timpano.
Nel secondo atto divennero parte integrante e scenica del
lavoro quei brani istrumentali intitolati Labbandono
e la Tregenda, che al Dal Verme non facevano che lufficio
di Intermezzi sinfonici, e le fantasticherie sulla
scena, le danze sfrenate delle Villi rendono anche più
interessante la musica; peccato che alla Scala manchi
completamente lillusione ottica, per colpa dellallestimento
scenico, chè di una primitività adamitica,
essendo la nebbia raffigurata da rozzi veli, dei quali si
vedono le rozzissime cuciture.
Un bel brano di musica è quello cantato da Guglielmo, il
baritono, a principiare dalle parole: No, possibil non
è che invendicato, ma, a mio gusto, le pagine più
ammirabili, dal punto di vista specialmente drammatico,
sono quelle nuove scritte per il tenore, quando il reduce
Roberto, affranto, umiliato, pauroso, è trascinato dalle
Villi nel vortice. Nello spartito per pianoforte e canto,
chè già pubblicato dal Ricordi, questo pezzo
occupa 18 pagine, ed è intitolato benissimo Scena
drammatica. Le incertezze, le paure, le angoscie di
Roberto sono tradotte stupendamente in questa scena, da
commovere, e quasi, talvolta, da impaurire. Le angoscie
di Roberto aumentano poi collapparizione di Anna,
implacabile, che, divenuta Villi, lo trascina nelle sue
spire malefiche non senza ricordargli laffettuoso
commiato colla stessa affettuosa cantilena del duetto damore
nellatto primo:
| |
«Ricordi |
|
Quel che dicevi nel mese dei
fiori,
|
| |
Tu dellinfanzia
mia |
|
| |
I giuochi
dividesti e le carezze» |
|
| |
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . |
La signora Pantaleoni, con grande
efficacia drammatica, diede alla ripresa di questo
pensiero un carattere molto appropriato di fatalità,
aumentato anche dalla rigidità della persona e dalla
freddezza del volto immobile, inflessibile, fino allarrivo
delle altre Villi, nel turbine rinnovato della tregenda,
che travolgono nella loro ridda il povero Roberto, già
divenuto cadavere.
Ad udire queste Villi, quando si smettano certe
ubbie e pretese fuori di posto, si passa unora e
mezza deliziosa, con della musica giusta, seria, che sta
in piedi da sé, che non si appoggia ai rampoli degli
effetti piazzaiuoli, che indica in chi lha scritta
non solo un talento raro, ma una rarissima coscienza dartista.
Il pubblico gli ha resa giustizia, e questo è già un
grande risultato, quando specialmente si sa quante ire,
quante invidie escoltare, poi giudicare.
Tocca ora al bravo Puccini, col suo braccio vigoroso, di
prendere per le corna il toro dellOpera, ma
non si meravigli, a lavoro finito, se quelli stessi che
lo rimproverano della rapidità delle Villi, si
lagneranno della lunghezza dellopera: e peggio che
andar di notte, se sarà, da senno, unopera-ballo,
in cinque atti, con marcia trionfale. Filippi.
Corriere
della sera
(25-26 Gennaio).
Quando la bacchetta del Faccio diede il
segnale dellattacco, il nostro massimo teatro
presentava laspetto delle grandi occasioni. E loccasione
era grande perchè si trattava di riudire con gli
elementi della Scala la musica del giovane lucchese,
nella quale gli elementi di cui poteva modestamente
disporre il Dal Verme nel giugno scorso avevano fatto
conoscere al pubblico freschezza di fantasia, e frasi che
toccano il cuore perché da esso uscite, e una regolarità
di fattura delle più finite.
Lorchestra eseguisce con un po daccompagnamento
di cicaleccio nei palchi il breve preludio delle Villi e
quelli fra gli spettatori che sono stati attenti devono
dire che si è fatta onore. E il sipario di alza per il
Primo
Atto.
Gli occhi ammirano il discreto scenario e
lorecchio è scosso dal romoroso coro primo
lattenzione del pubblico principia ad aumentare
durante lelegante, se non nuovo valzer.
Della vecchia di
Magonza...
e tocca il segno desiderato a quella
dolce inspirazione che è la romanza di Anna, alla fine
della quale il maestro Puccini ebbe la prima chiamata al
proscenio. La signora Pantaleoni ha cantato con
squisitezza di gusto i due couplets dal principio
alla fine; ma specialmente nella elegantissima cadenza,
resa anche originale dal Puccini per averle unito quel
fino accompagnamento, la valente artista sè fatta
vivamente applaudire.
Il duetto che segue, fra Roberto ed Anna, al teatro Dal
Verme ha ottenuto un effetto che iersera alla Scala è in
parte mancato. La frase delicata
. . . dubita di Dio
|
|
Ma no, dellamor mio non
dubitar...
|
ebbe per parte del soprano una felice
interpretazione, ma fredda per parte del tenore.
E, pur troppo, è mancato anche leffetto che il
baritono poteva trarre dalla preghiera, che serve in
certo qual modo di proposta al bello e grandioso finale,
che fruttò al maestro altre due chiamate.
Calato il sipario, prima ancora che si spegnesse nellampia
sala leco dei potentissimi do che le
cornette emettono nella replica della energica frase, il
pubblico ha chiesto con insistenza il bis, che è
stato gentilmente concesso, con guadagno per il giovane
autore di due nuove chiamate.
E uscendo a passeggiare nei corridoi, nellatrio, al
caffè, lorecchio del cronista udiva le solite
calorose dispute fra chi discuteva se quella frase
romorosa rispondeva alla situazione del dramma indicata
dalla preghiera e chi domandava quale altro dei
giovani maestri ci avesse dato finora una frase simile.
Ma il campanello elettrico invitava ad udire il
Secondo
Atto.
Brevis oratio, anzi bravissima,
una ventina di minuti di musica o poco più. Applaudito
il primo tempo della parte sinfonica e chiamato al
proscenio lautore una volta dopo il coro delle
donne, ed unaltra dopo quellammirabile lavoro
strumentale che intitolò Tregenda. Passata senza
biasimo e senza lode tutta la scena del baritono, e
ridestata lattenzione nella scena seconda, alla
replica fatta dal baritono della frase di perorazione:
O sommo Iddio
del mio cammino.
Accolta con favore la ripetizione della
frase principale del primo duetto, accentata dalla
Pantaleoni in modo efficacissimo. Grida di brava. Unaltra
chiamata allautore, ed unultima dopo la ridda,
a sipario calato.
***
Al Dal Verme, nel giugno dello scorso
anno, i pezzi delle Villi che maggiormente hanno
impressionato il pubblico sono stati il duetto damore,
il finale primo, il brano sinfonico che
chiude la prima parte e lintermezzo, che ora
fa parte del secondo atto. Poca differenza vè
stata iersera. Il Puccini deve essere riconoscente al
Faccio che lha trattato da vero fratello, e alla
brava signora Pantaleoni, ma tuttaltro al tenore,
al baritono, ai cori. ag.
|