Centro studi GIACOMO PUCCINI

Il nuovo finale di Turandot:
note sul rifacimento di Berio

M
ARCO UVIETTA

 

 

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aggiornamento: 24 giugno 2006 (MG)

 



Un’opera incompiuta possiede un fascino raro, perché in essa arte e vita interferiscono mettendo in crisi il concetto idealistico di opera come orizzonte autonomo da fattori contingenti. Tuttavia la storia insegna che è difficile che il lavoro di un compositore si interrompa in un punto qualsiasi dell’opera: spesso si tratta di un punto problematico. Quando la morte colse Puccini, alla fine del 1924, la parte più intensa e commovente della Turandot
l’aria di Liù «Tu che di gel sei cinta» e la scena della sua morte era terminata in ogni dettaglio. Procedere dopo la morte di Liù, che la nostra spontanea partecipazione emotiva ci fa percepire per un attimo come la protagonista dell’opera, non doveva essere cosa facile. Puccini fece riscrivere ben cinque volte il duetto finale agli autori del libretto Adami e Simoni, e probabilmente sarebbe intervenuto in modo decisivo anche sulla stesura definitiva al momento di metterla in musica: dopo una situazione tanto drammatica e straziante motivare e rendere verosimile uno ‘sgelamento’ di Turandot, l’intimità amorosa con Calaf e il lieto fine non era impresa facile. Ci provò Alfano, su incarico di Toscanini e dell’editore Ricordi: nato sotto i migliori auspici, il finale di Alfano si impose per il resto del XX secolo con l’autorità dell’edizione ‘ufficiale’. Non piacque la prima versione a causa della scarsa aderenza agli schizzi lasciati da Puccini, ma di fatto la seconda del 1926 l’unica ad aver avuto circolazione insieme alla musica originale di Puccini corrispose poco di più ai requisiti richiesti: non convinse mai fino in fondo, e non soltanto per questi motivi.
xxxxxSettantacinque anni dopo, Luciano Berio fornisce una sua versione del Finale della Turandot, basata su criteri radicalmente diversi rispetto al Finale di Alfano. In primo luogo Berio opera uno sfoltimento consistente delle parti più ridondanti del libretto, concentrandosi sui versi di maggior pregnanza lirica: procedura abituale nella storia del melodramma, codificata nella prassi dei versi «virgolati», che venivano appunto pubblicati fra virgolette nonostante non fossero stati messi in musica dal compositore. Sul piano drammaturgico ha conseguenze profonde l’omissione dell’inno di lode alla Principessa una sorta di approvazione, di sentenza morale della Folla con la quale si conclude il libretto: per intendersi, si tratta della parte corale che nelle ultime battute del finale di Alfano viene intonata sulle note di «Nessun dorma», in un retorico trionfo dell’amore. L’omissione dell’approvazione del popolo consente a Berio di realizzare un’auspicabile sospensione del giudizio: com’è possibile glorificare Turandot dopo le atrocità di cui si è macchiata ed approvare l’esuberanza amorosa di Calaf, che ha appena visto la fedele innamorata Liù sacrificarsi per salvargli la vita? Soltanto sospendendo il giudizio è possibile comprendere il significato di una vicenda che trascende le tradizionali categorie drammaturgiche: trascendendo la distinzione fra bene e male perdono significato anche le nozioni di «lieto fine» e «finale tragico». Mentre Alfano si prodiga a fugare ogni ambiguità in direzione di un lieto fine senza possibilità di equivoco (e a questo scopo arriva ad aggiungere nell’inno conclusivo le parole «Ride e canta l’infinita nostra felicità»), Berio propone al contrario un finale sospeso e in dissolvenza, funzionale ad un dramma che, riletto alla luce di una concezione orientale, non prevede una fine vera e propria.
xxxxxMa un altro motivo induce Berio a sintetizzare e a omettere alcune parti del libretto: riducendo i passi di cui Puccini non ha lasciato alcuno schizzo, egli può ridurre allo stretto necessario gli interventi di libera invenzione. Per lo stesso motivo Berio utilizza tutti gli schizzi dai quali sia possibile intuire le intenzioni di Puccini, tralasciando soltanto i due che si riferiscono ad una parte di testo che non compare nella stesura definitiva del libretto. Pochi altri presentano uno stadio di maturazione troppo arretrato per poterne trarre vantaggio. Se dunque Alfano aveva utilizzato soltanto tre schizzi su trenta per la prima versione del finale, e quattro per la seconda con l’ovvia conseguenza di un esubero di musica composta ex novo e con scarsi rapporti derivativi dal materiale originale Berio ne impiega ben ventiquattro, dimostrando un atteggiamento di estremo rispetto nei confronti delle intenzioni dell’autore. Egli si pone innanzi tutto l’obbiettivo della coerenza stilistica; l’ossatura del lavoro è costituita dal ‘montaggio’ degli schizzi, frutto di un’operazione creativa tutt’altro che scontata: soltanto quattro schizzi, fra i quali i due di maggior estensione, hanno una collocazione obbligata, in quanto sono dotati di testo. Nella stessa posizione, dunque, li utilizza anche Alfano; egli ignora tuttavia tutti gli schizzi strumentali tranne uno, da cui trae però soltanto liberi sviluppi. Ma con l’aumento delle sezioni di libera invenzione cresce di conseguenza anche il livello di arbitrio delle scelte. Berio aggiunge talvolta una parte vocale agli schizzi strumentali, facendo riferimento ad una tecnica tipicamente pucciniana: laddove il testo svolge funzioni più narrative che liriche, Puccini costruisce spesso una sorta di guida melodica orchestrale nella quale la parte vocale si inserisce a tratti, ricalcando solo alcuni frammenti, ribattendo suoni tenuti dell’orchestra, passando da una parte all’altra dell’armonia e provocando momentanei sfasamenti ritmici con la parte strumentale. Nel momento in cui Berio, ad esempio, modella il testo «La tua gloria risplende nell’incanto del primo bacio, del primo pianto» alla musica dello schizzo 11, in origine solo strumentale, realizza un’imitazione stilistica assai prossima al modello pucciniano e che non ha riscontro nel modo di procedere di Alfano.
xxxxxLa griglia di materiali preesistenti creata da Berio, già assai più nutrita di quella di Alfano, si arricchisce ulteriormente di una fitta rete di reminiscenze tratte dal resto dell’opera, vale a dire citazioni interne che, rimandando a specifici momenti del dramma, contribuiscono a determinare una nuova concezione drammaturgica del finale. Che Puccini intendesse avvalersi delle possibilità espressive della reminiscenza motivica anche nel finale di Turandot, esattamente come nelle opere precedenti, è testimoniato chiaramente dagli schizzi: il caso più evidente riguarda la citazione di «Nessun dorma», documentata dagli schizzi 18 e 22. Berio la colloca nelle ultime battute del finale, combinandola con un’altra reminiscenza motivica che si riferisce al momento in cui Calaf riconosce il padre Timur all’inizio dell’Atto I. Questa strategia garantisce continuità col resto dell’opera e nessi di significato immediatamente percepibili fra diverse situazioni drammatiche. Ad esempio, nel momento in cui Turandot apprende il nome del Principe ignoto, l’improvviso ridestarsi del suo orgoglio e della sua ferocia è accompagnata dalla musica utilizzata per gli enigmi nell’Atto II, ovvero da un ritorno del clima di terrore ad essa associato: per un attimo Turandot è di nuovo in possesso del destino del Principe.
xxxxxChe dunque la scelta di Berio sia quella di ridurre allo stretto necessario gli interventi di libera invenzione è un dato di fatto evidente: si tratta di un atteggiamento di grande rigore stilistico e di profondo rispetto del materiale lasciato da Puccini, sviluppato nella direzione di una verosimiglianza che cerca sempre i propri fondamenti all’interno dell’opera. Ciò si impone con maggior necessità in quanto Turandot si configura come un orizzonte stilistico in buona parte autonomo rispetto alle opere precedenti: appellarsi ad un generico ‘stile pucciniano’ – come dimostra in molti passi l’operato di Alfano, inevitabilmente privo di quella prospettiva storico-stilistica che soltanto il tempo poteva lasciar intravvedere – sarebbe oggi impensabile. Ad esempio, la ripresa nel finale degli accordi politonali all’inizio dell’Atto I, in buona parte estranea al Puccini precedente, dev’essere intesa nell’ottica di una coerenza stilistica specifica. Ciò significa che le risposte che il compositore contemporaneo cerca nel momento in cui si accinge ad un così arduo compito possono essere trovate soltanto nell’opera e negli schizzi che Puccini ha lasciato; e com’è noto, spesso è più difficile lavorare su materiali preesistenti che inventare ex novo. Ma anche in questa prospettiva il lavoro creativo rimane assai rilevante, perché ciò che ho definito «stretto indispensabile», nella lettura di Berio è assai più di quanto ci si potrebbe aspettare. E ciò che individua e definisce questo «stretto indispensabile» è la sua necessità drammaturgica.
xxxxxLa rete di materiali preesistenti creata da Berio favorisce inoltre la definizione di un’identità stilistica, ma a causa del pluralismo di stili che caratterizza la Turandot, ivi compresi gli schizzi per il finale, non è in grado di garantirla. Probabilmente Alfano ignorò quasi tutti gli schizzi strumentali perché li considerava estranei allo stile di Puccini che gli era noto. Decidere di utilizzare tutti gli schizzi, come ha fatto Berio, significa fondamentalmente prendere atto di questo pluristilismo. In questa prospettiva le sezioni di raccordo, persino le più brevi, svolgono una funzione primaria nel progetto formale complessivo, perché non dobbiamo dimenticare che solo in pochi casi il ‘montaggio’ degli schizzi e delle citazioni interne all’opera coincide con l’articolazione formale vera e propria: le sezioni di raccordo consentono di creare nuove unità fra materiali preesistenti che presentano affinità più o meno evidenti fra loro, oppure di mettere in luce aspetti della scrittura che, estesi a ciò che precede e ciò che segue, fungono da elementi di continuità formale.
xxxxxGli interventi creativi permeano dunque anche i frammenti di musica preesistente, anche sotto forma di modifiche e rielaborazioni di aspetti che negli schizzi presentano un’evidente provvisorietà, e che Puccini stesso avrebbe quasi certamente (o probabilmente) cambiato al momento della stesura definitiva. Ma persino laddove Berio accoglie testualmente le indicazioni di Puccini, non dobbiamo dimenticare che il processo di orchestrazione costituisce già di per sé un livello di rilettura e reinterpretazione, in cui l’orchestratore può influire in modo talvolta radicale sul «come» note e ritmi devono essere intesi, soprattutto nel caso in cui gli schizzi siano, come in questo caso, assai parsimoniosi di indicazioni dinamiche e di prescrizioni sullo spessore fonico e sulle scelte timbriche. In sintesi l’orchestrazione influisce sul senso e quindi, in misura più o meno determinante, sul significato del dramma. Ad esempio, l’aspettativa di un punto culminante in corrispondenza delle parole «il bacio tuo mi dà l’eternità» nella cadenza conclusiva dello schizzo 1, pienamente appagata dalla realizzazione orchestrale di Alfano, viene invece delusa da Berio con l’interruzione del climax un istante prima della risoluzione: mediante un alleggerimento improvviso dell’orchestrazione e dell’intensità sonora, raggiunge lo scopo di creare ulteriore attesa ed evitare la retorica di un’interpretazione eroica dell’affermazione del Principe ignoto.
xxxxxPer ragioni drammatiche Berio sposta il punto culminante più avanti: dopo le citate parole del Principe ignoto, la didascalia prescrive: «e in così dire, forte della coscienza del suo diritto e della sua passione, rovescia nelle sue braccia Turandot, e freneticamente la bacia. Turandot – sotto tanto impeto – non ha più resistenza, non ha più voce, non ha più forza, non ha più volontà. Il contatto incredibile l’ha trasfigurata [...]» Alfano aveva inizialmente previsto, fra la fine dello schizzo 1 e l’inizio del 2, un breve interludio orchestrale che soddisfacesse le richieste sceniche espresse dalla didascalia, ma sotto le pressioni di Toscanini e di Ricordi lo tolse nella seconda versione del finale, passando direttamente allo schizzo 2 senza alcuna transizione. Puccini stesso si era espresso esplicitamente sin dal 1921 sulla necessità di tempi adeguati per la realizzazione dello «sgelamento» di Turandot:

Penso che il gran nocciolo [del Finale] sia il duetto. Dunque vorrei proporre un provvedimento. Nel duetto penso che si può arrivare a un pathos grande. E per giungere a questo io dico che Calaf deve baciare Turandot e mostrare il suo grande amore alla fredda donna. Dopo baciata con un bacio che dura qualche secondo "ora che mi importa" deve dire, muoio anche, e gli dice il suo nome sulla bocca [Lettera a Adami, primi di novembre 1921]

L’intenzione si chiarisce ulteriormente in una lettera dell’anno seguente:

Vorrei che Turandot sciogliesse il suo ghiaccio nel corso del duetto e cioè desidero dell’intimità amorosa avanti di trovarsi coram populo [...] [Adami, 9 luglio 1922]

Quindi non si tratta solo di «un bacio che dura qualche secondo», bensì di «intimità amorosa»: e non potrebbe essere altrimenti, visto che fra il verso «Ma il bacio tuo mi dà l’eternità» e «Mio fiore mattutino... ti respiro»" – ovvero fra l’ultimo verso musicato nello schizzo 1 e il primo dello schizzo 2 – l’ostilità e lo sdegno di Turandot si trasformano in fragilità e «rassegnata dolcezza», fino all’esplicita dichiarazione d’amore: «Son vinta, più che dall’alta prova, da questo foco terribile e soave, da questa febbre che mi vien da te!» Lo «sgelamento» si è compiuto. Ma è chiaro che per rendere credibile questo cambiamento, fra la fine dello schizzo 1 e l’inizio del 2 si rende necessario un tempo scenico adeguato all’evolversi dell’intimità amorosa di cui parla Puccini. E questi tempi scenici non possono che essere ‘coperti’ da un interludio orchestrale. Sono dunque ragioni di necessità drammaturgica a indurre Berio a questa scelta, ascrivibile, pur nella sua libertà d’invenzione, alla categoria di ciò che è «strettamente necessario». E proprio nei connotati stilistici di questo interludio si avverte la chiara intenzione di Berio di confrontarsi con il pluristilismo di Turandot: un esplicito riferimento al cromatismo di Wagner, anzi, più specificamente al Tristano, permea l’intero interludio orchestrale fra lo schizzo 1 e il 2. Ma da quali fattori è determinata questa scelta?
Naturalmente sarebbe facile motivarla sul piano drammaturgico: volendo creare un momento di erotismo sublimato, che in certo qual senso costituisce, soprattutto per Turandot, un percorso di elevazione, il cromatismo del Tristano si rivela anche in senso simbolico assai adatto. Sarebbe facile dimostrare l’ammirazione di Puccini nei confronti del teatro musicale wagneriano, maturata attraverso lo studio delle partiture e i periodici viaggi a Bayreuth. Ma assai più che da indizi biografici e da ragioni drammaturgiche, questa scelta stilistica è motivata dall’osservazione di aspetti interni all’opera. In primo luogo, il riferimento al cromatismo del Tristano è evidente in almeno due schizzi, uno dei quali occupa significativamente una posizione centrale e primaria nell’interludio strumentale. Conferma le intenzioni di Puccini l’indicazione «poi Tristano» che compare negli schizzi. In secondo luogo, il cromatismo wagneriano emerge di tanto in tanto anche dalla musica originale di Puccini. Ad esempio, prima dell’aria di Liù «Tu che di gel sei cinta» il riferimento all’inizio del Tristano è tanto evidente da non richiedere spiegazioni. Inoltre il famoso «accordo del Tristano» costituisce un elemento ricorrente nell’opera e negli schizzi. Persino le prime note dell’Atto I sono modellate su questo accordo: la funzione di segnale assunta nella Turandot da questo inciso – una sorta di marchio, di segno distintivo dell’opera – e la ricorrenza di questo accordo negli schizzi offrono l’occasione a Berio di creare un ‘nodo’ di citazioni esterne all’opera basate su questo topos tardoromantico: un topos che, non dimentichiamolo, diviene alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento anche il simbolo della crisi tonale.
Quindi, partendo da questo elemento, che si instaura come fattore di continuità fra gli schizzi di Puccini e le citazioni esterne, Berio passa con estrema disinvoltura da Wagner (Tristano) a Mahler (Sinfonia n. 7) a Schönberg (Gurrelieder), con la presenza costante di citazioni interne all’opera.
xxxxxCon questo ‘nodo’ di citazioni esterne Berio realizza in modo discreto e stilisticamente coerente un omaggio all’europeismo di Puccini e contemporaneamente condensa in poche battute, con una consapevolezza storica tutt’altro che estranea al compositore lucchese, il senso filosofico della crisi tonale, che è prima di tutto crisi della soggettività: nel contesto drammatico di questo finale il linguaggio wagneriano e postwagneriano, identificato nel suo topos più riconoscibile l’accordo del Tristano è chiamato a tradurre la tempesta emotiva che assale i due amanti, portandoli fino alla soglia dell’annullamento. E a questo sensualismo decadente concorre anche la discontinuità del linguaggio, la successione di tensioni e distensioni portate fino al parossismo, il cui punto culminante si identifica con un unissono in fortissimo dell’orchestra nel registro acuto, metafora del momento di massima concentrazione erotica. Essa si allenta subito dopo attraverso un graduale diminuendo ed un divaricamento delle parti che sviluppa il cromatismo innescato dal ‘nodo’ di citazioni esterne, ma non si può parlare di una vera e propria distensione, giacché i momenti estatici sono ancora coinvolti in percorsi armonici tortuosi. L’accordo del Tristano compare altre due volte in un contesto cromatico inequivocabilmente simile a quello del modello di riferimento, mentre di tanto in tanto dal fluido cromatico riemergono ‘isole’ di diatonismo pucciniano, di natura prevalentemente statica.
xxxxxEsiste dunque un intenzionale contrasto fra un percorso armonico costantemente mutevole e momentanee situazioni di stasi. Ciò deve indurci a riflettere sul fatto che nel corso dell’opera il ricorso frequente a bassi ostinati, a ripetizioni costanti di frammenti e a campi armonici lunghi corrisponde in fondo ad una certa immobilità psicologica dei personaggi, assimilabili a tipi fissi più che a esseri umani in grado di cambiare attraverso gli eventi. In fondo, l’unico personaggio che cambia è Turandot: di conseguenza l’idea di adottare per la sua metamorfosi un linguaggio costantemente mutevole, anche nella dimensione armonica, per l’unico sviluppo psicologico dell’opera, si rivela oltre che legittima e verosimile sul piano della lettura e dell’interpretazione degli indizi lasciati da Puccini, assolutamente plausibile anche sul piano dell’interpretazione drammaturgica.
xxxxxE così possiamo affermare che l’instaurarsi di un ampio campo armonico affine all’accordo del Tristano in corrispondenza delle parole «O Padre augusto... Ora conosco il nome dello straniero... Il suo nome è Amore!» dove oltre tutto ricompare lo spettro inquietante della musica degli enigmi corrisponde alla riaffermazione dell’immobilità e dell’assenza di sviluppo psicologico. Il ritorno di questa connotazione armonica di natura sospensiva assume nella parte finale il significato di metafora sonora di un dramma che rimane sospeso. Anche nelle ultime battute le tensioni armoniche vengono per lo più neutralizzate: nella citazione di «Nessun dorma» poco prima della fine il soggettivismo, che per un attimo tenta di fare breccia attraverso un crescendo di intensità emotiva, viene subito riassorbito e neutralizzato dalla stasi armonica e da un percorso volutamente vagante e senza meta. Significativa, in questo senso, la conclusione, in cui Berio costruisce dopo la citazione di un frammento di «Tu che di gel sei cinta» una sorta di procedimento cadenzale privo di tensione dinamica, in quanto formato da una giustapposizione di accordi intesi come macchie di colore, completamente emancipati da qualunque logica funzionale e da qualunque spinta propulsiva: quindi la rinuncia alla tensione e alla direzionalità dei processi armonici come metafora del superamento dell’intenzionalità soggettiva e della concezione teleologica del dramma, nel segno di una sua rilettura in chiave orientale.

MARCO UVIETTA ( © 2002 Marco Uvietta)